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Gioco di sponda

 Terre di Mezzo (Italy) 15 June 2019

Come palline di un flipper. Nel 2008 oltre 5 mila Profughi sono rimasti imprigionati in un braccio di mare, tra la grecia e l’italia. Alza tre dita. Una per ogni volta che è approdato, nascosto a bordo di un traghetto, nei porti di Ancona, Bari o Venezia. Sbarchi non riusciti perché Javat, afghano di 21 anni, è sempre stato scoperto dalla polizia e rispedito a Patrasso, in Grecia. (1300 Words) - By Ilaria Sesana

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Da otto mesi è imprigionato nel braccio di mare che separa le due sponde dell'Adriatico. È in cerca di asilo, ma la legge europea lo obbliga a chiederlo nel primo Paese dell'Unione incontrato lungo la strada. In Grecia però solo due rifugiati su 100 trovano protezione. Non può nemmeno tornare a casa, può solo rischiare il tutto per tutto: "Ogni giorno cerco di infi larmi sotto i camion, per andare in Italia", racconta, mimando il gesto con le mani, mentre camminiamo lungo la strada che costeggia il porto.

Da qui, in pochi minuti si arriva nella piccola Kabul di Patrasso, un vero e proprio campo profughi che ospita circa 1.500 afghani. Tutti maschi, ragazzi sotto i 30 anni d'età, stipati in un'area grande come mezzo campo di calcio. "Da poco più di un anno (da quando l'Iran ha iniziato a rimpatriare gli sfollati afghani, ndr) è aumentato il numero dei minori che viaggiano soli, prima non era così. Oggi qui ce ne sono circa 200", spiega Haji, riconosciuto da tutti come il capo della baraccopoli in cui vive dal 2002.

Hanno un solo obiettivo: arrivare in Italia e, da qui, in Svezia, Norvegia e Gran Bretagna per ricongiungersi ad amici e familiari. Ma il loro progetto si infrange a metà strada: 5.544 migranti, nel 2008, hanno rimbalzato come palline di un fl ipper tra una sponda e l'altra dell'Adriatico. Patrasso, Igumenizza e Atene da una parte, Ancona, Venezia, Bari e Brindisi dall'altra. Protagonisti di una guerra silenziosa che si combatte nelle stive dei traghetti e che, dal dicembre 2006, è costata la vita a 15 persone: asfi ssiati nei container o schiacciati sotto gli autoarticolati. "Quella tra Italia e Grecia è una frontiera interna all'area Schengen -spiega Mario Sica, dirigente della Pol- mare di Ancona-. Per questo i due Paesi hanno stipulato, nel 1999, un accordo di riammissione: chi non ha i documenti in regola viene affidato al comandante della nave e respinto". Ma l'accordo "è illegittimo -contesta Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione-. Anche perché è in contrasto con normative comunitarie successive". E con la legge italiana (dlgs 25/2008): a chi scende dai traghetti deve essere spiegato, in maniera chiara e con l'aiuto di un interprete, che ha la possibilità di chiedere asilo e non può essere rispedito al mittente come un pacco postale.

Non è stato così per Javat: non ha ricevuto alcuna informazioni, né ha incontrato gli operatori del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), uno degli enti che gestisce gli sportelli di accoglienza ai valichi di frontiera. E il suo non è un caso isolato: dal porto di Venezia (dove gli operatori non possono salire a bordo dei traghetti durante le ispezioni della polizia, ndr) nel 2008 sono state respinte 1.610 persone e solo 138 hanno potuto parlare con operatori e interpreti.

Una situazione che, lo scorso anno, ha spinto il servizio di pronto intervento sociale del Comune di Venezia a interrompere l'attività al valico iniziata 12 mesi prima. "Facevamo fatica persino ad accedere al porto -spiega Rosanna Marcato, responsabile del servizio-. Spesso avevamo notizia degli sbarchi dal 'Gazzettino' del giorno dopo, senza ricevere segnalazioni dalla polizia".

Per lavorare bene, servirebbe anche più tempo. Ad Ancona i colloqui hanno luogo nelle due ore tra l'attracco e la ripartenza del traghetto. "Non è facile essere attenti alle esigenze. Impossibile costruire un rapporto di fiducia -spiega Sandra Magliulo, referente dello sportello del Cir di Ancona-. Una volta io e due poliziotti ci siamo attardati a bordo e il traghetto è ripartito mentre stavo ancora parlando con dei ragazzi". Eppure si continua a tentare la traversata.

 

A Patrasso, tra musica e baracche

Gli scheletri di due palazzi ancora in costruzione segnano il confine del campo di Patrasso. "Ci vivono quelli che hanno perso la baracca dopo l'incendio di gennaio", racconta Javat. La striscia di terreno tra gli edifici e la strada è un cumulo di rifiuti. La puzza, acida, ti assale mentre ti avvicini e ti porta, istintivamente, a coprirti il viso. Scavalcate le pozzanghere, si entra nel campo. E l'odore scompare. Non c'è acqua  corrente: ci si lava e ci si rade a fontanelle di fortuna. Manca l'elettricità: un complesso allacciamento abusivo porta la luce in alcune baracche. Si dorme in case costruite con cartoni e teli di plastica fi ssati su intelaiature di legno e si prega in una moschea realizzata allo stesso modo. La musica, a tutto volume, riempie l'aria. Fatta eccezione per i volontari di Medici senza frontiere, non ci sono associazioni umanitarie.

Khodada, 25 anni, estrae dal marsupio il "foglio di via" rilasciato dalle autoriíta elleniche: "Ero arrivato a Venezia e per sette mesi ho abitato lì, poi sono stato rimandato indietro -spiega-. Mi hanno detto che dovevo fare domanda d'asilo qui". Una prassi prevista dal regolamento europeo Dublino II (2003): il rifugiato debe chiedere protezione nel primo Paese dell'Unione in cui mette piede. Ma le possibilità che la domanda di Khodada sia accolta sono pressoché nulle: Atene concede protezione a meno del 2 per cento dei richiedenti (Acnur, Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, 2007).

Subiscono maltrattamenti, detenzioni arbitrarie e "viene persino impedito loro di presentare la richiesta -elenca Giusy D'Alconzo, di Amnesty International-. Per questo chiediamo ai Paesi europei di non rimandare più i migranti in Grecia". Nell'aprile 2008 anche l'Acnur, con un documento uffi ciale, ha denunciato questa situazione e ha invitato i governi a non applicare il regolamento. Appelli che non hanno intaccato la pratica dei respingimenti alla frontiera, anche se nelle aule di tribunale qualcosa si sta muovendo. Lo scorso giugno una sentenza del Tar della

Puglia ha bloccato il trasferimento di un ragazzo afghano che avrebbe dovuto far ritorno a Patrasso. Basandosi proprio sul documento dell'Acnur, i giudici hanno stabilito infatti che per lui la Grecia non è un Paese sicuro. Anche il Consiglio di Stato, con una sentenza del febbraio 2009, ha preso una decisione analoga nei confronti di un altro cittadino afghano "alla luce dei danni paventati dal ricorrente, che si presentano gravi e irreparabili".

 

Contrattempi di viaggio: malattie e controlli

"Questi ragazzi hanno tanti problemi e tanti pensieri. Come una bomba nel cervello", dice Haji, il capo del campo. Thomas Paraschis, psicologo di Medici senza frontiere, definisce con precisione questa sofferenza: "Ansia, depressione, disturbi del sonno -elenca-. Sognavano di andare in Europa per rifarsi una vita e aiutare le loro famiglie. Ma sono bloccati qui e si sentono in colpa".

Poi ci sono casi di scabbia, infezioni respiratorie e altre patologie legate alle cattive condizioni igieniche. Senza contare le ossa rotte, i lividi, le falangi delle dita amputate a manganellate dalla polizia. Basta tornare verso il porto per vedere i "commando" (così li chiamano gli afghani) in azione. Decine di agenti camminano lungo il perimetro del porto di Patrasso disperdendo chi si avvicina troppo. Pare quasi di assistere a una partita a guardie e ladri che gli afghani sembrano vincere: né la cancellata alta più di tre metri, né il filo spinato riescono a impedire loro di intrufolarsi sulla banchina per nascondersi sotto i tir o all'interno dei telonati all'insaputa degli autisti. Chi può permetterselo paga una traversata nel doppio fondo di un camion. "I carichi vengono preparati in modo da creare dei vani in cui nascondere le persone", spiega il sostituto procuratore della Repubblica di Ancona, Mariangela Farneti.

Secondo la Procura nel 2008 hanno tentato lo sbarco in questo modo 399 persone, tre su quattro erano afghani. Prezzo del biglietto: circa 2mila euro per un viaggio di 30 ore nascosti sotto quintali di arance o rotoli d'alluminio. Stremati e affamati, "talvolta vengono scoperti per via della puzza nauseabonda che si crea all'interno del container", aggiunge Farneti. C'è anche l'opzione "paghi uno e prendi due": con 3 - 5mila euro, se ti va male la prima volta, hai diritto a un secondo tentativo per puntare ai Paesi del Nord Europa. "Lo scorso anno 193 afghani sui 237 che abbiamo incontrato al porto di Ancona non hanno chiesto asilo in Italia. Hanno preferito tornare in Grecia e tentare la traversata un'altra volta", spiega Sandra Magliulo del Cir. Nella speranza che, questa volta, la pallina del flipper si fermi.

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